Confartigianato, “Il riconoscimento Unesco è una valorizzazione delle nostre eccellenze artigiane”. I dati dell’Osservatorio PMI conferma l’unicità e la specificità dei prodotti alimentari italiani ed emiliano-romagnoli
Confartigianato accoglie con soddisfazione il riconoscimento della cucina italiana come Patrimonio immateriale dell’Umanità Unesco, un risultato che valorizza il ruolo strategico delle imprese artigiane del food, un settore fondato sulla qualità, sulla sostenibilità e sul radicamento nei territori.
“L’artigianato alimentare – sottolinea Amilcare Renzi, segretario di Confartigianato Emilia Romagna – non è solo tradizione, ma anche innovazione e un presidio economico, culturale e sociale per le nostre comunità. La salvaguardia delle tradizioni e degli antichi sapori rappresenta il cuore del lavoro artigiano: è grazie agli artigiani se i piccoli borghi riescono a mantenere vive le loro specificità e le produzioni locali, offrendo quella cucina e quei sapori autentici che il mondo ci invidia e viene a cercare in Italia. La nostra regione con la ricchezza della sua offerta, avvalorata dai dati che il nostro Osservatorio ha reso pubblici in questi giorni, è un punto di forza di questo sistema. Questo riconoscimento valorizza le nostre eccellenze, tante e diverse tra loro, un patrimonio che dobbiamo proteggere e rilanciare, investendo soprattutto su giovani, formazione e innovazione”.
“L’Unesco ha riconosciuto nella cucina italiana una ‘ miscela culturale e sociale di tradizioni culinarie… un modo per prendersi cura di se stessi e degli altri, esprimere amore e riscoprire le proprie radici culturali, offrendo alle comunità uno sbocco per condividere la loro storia e descrivere il mondo che le circonda ‘. Parole che confermano come la nostra cucina rappresenti la sintesi di un sistema produttivo basato sulla creatività, sulla fantasia, tipici del mondo artigiano, con l’uso di materie prime d’eccellenza e prodotti di qualità, capaci, insieme, di generare ciò che l’Unesco ha voluto celebrare. Un valore che si completa con il senso dell’accoglienza, elemento centrale della nostra identità e parte integrante dell’esperienza gastronomica italiana”, conclude il segretario Renzi.
Alcuni dati
Emilia Romagna
Le esportazioni di alimentari e bevande nei 12 mesi terminanti a giugno 2025 sono pari al 5,34% del PIL in Emilia-Romagna, secondo valore più elevato in Italia.
Valori superiori alla media nazionale del 3,00% del PIL, si rilevano nelle province di Parma (15,69%), Ravenna (7,64%), Modena (6,72%), Piacenza (6,49%), Reggio Emilia (3,90%) e Rimini (3,28%).
L’Emilia-Romagna, tra le sette maggiori regioni per export del settore, mostra al primo semestre del 2025 la seconda migliore crescita delle esportazioni di alimentare e bevande, pari al +9,4%.
Tra le maggiori tredici province italiane per valore delle esportazioni troviamo Ravenna, al 1° posto con crescita delle esportazioni a doppia cifra (+20,8%), seguita al 2° posto da Modena (+10,5%) e al 6° posto da Parma (+6,3%).
L’artigianalità si intreccia con la qualità e la tradizione: l’Emilia-Romagna è la 1ª regione con 43 prodotti alimentari di qualità riconosciuti dai marchi DOP e IGP, a cui si aggiungono 404 prodotti agroalimentari tradizionali (PAT) caratterizzati da metodiche di lavorazione, conservazione e stagionatura consolidate nel tempo.
Italia
L’artigianato alimentare in Italia conta più di 64mila imprese e 249mila addetti, un sistema produttivo glocal capace di coniugare tradizione e innovazione e di parlare ai mercati internazionali.
Dai 5.717 prodotti agroalimentari tradizionali ai 330 prodotti DOP, IGP e STG, dai 529 vini certificati all’export dei dolci da ricorrenza (1,1 miliardi nel 2024) e dei vini DOC e IGT (8,1 miliardi), il patrimonio alimentare italiano parla artigiano. A questo si aggiunge la crescente domanda di prodotti locali: 12,1 milioni di italiani nel 2023 hanno scelto il chilometro zero, con picchi fra le donne (25,2%) e nel Mezzogiorno (29,8%).
Le imprese artigiane operano dentro una filiera agroalimentare composta da 204.789 aziende, in gran parte micro e piccole, che generano 130,9 miliardi di euro di valore aggiunto. Il 36,3% dei fornitori della filiera contribuisce direttamente alla qualità del prodotto finale, confermando il ruolo attivo dell’artigianato.